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Tecnica del Self discorrer

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Lo psicologo che si mette in discussione

Nel momento in cui si entra in relazione col paziente/cliente entrambe le parti in causa parlano di se, consapevolmente e inconsapevolmente, con il linguaggio verbale e quello non verbale. Trattandosi di una relazione d’aiuto professionale e non una relazione di amicizia è fondamentale che il curante conosca bene se stesso e il proprio mondo interno, affinché il parlare di sé (consapevole o meno) abbia solo ed esclusivamente un fine attivante, facilitante, curativo e abbia, dunque, sempre una funzione esplicativa di processi utili per la sua evoluzione. È naturale che anche lo psicologo evolva, in quanto si tratta di un cum-curare, un cum-crescere, ma al centro del discorso e dell’attenzione deve rimanere sempre e comunque il paziente.
Questa speciale focalizzazione permette allo psicologo di esplorare a fondo i vissuti e le credenze del soggetto in cura avvalendosi di metodiche e strumenti scientifici e clinici che rendono la relazione, prima che umana, professionale.
Personalmente, utilizzo, a volte, la metodica del “Self Discorrer”, ovvero del “Parlare di me”, quando capisco che un esempio pratico può aiutare il paziente ad evolvere, a comprendere bene “come fare”, “come è possibile fare”, perché deve sempre avere la possibilità di prendere dalle sedute ciò che ritiene lo faccia crescere, non ciò che ritengo io possa essere giusto. Ecco alcuni meta significati che voglio trasmettere con questa tecnica:
“A me è successo questo, ora fai tu le somme”; “Nessun essere umano è infallibile, impariamo tutti dall’esperienza!”, “Non tutto il male viene per nuocere, guarda a me che è successo, ma occorre non perdersi d’animo e analizzare l’esperienza, cogliendone gli aspetti positivi e costruttivi!”.

I segni che indicano che la focalizzazione è sul paziente:
Prima di tutto l’empatizzare. Il paziente sente di essere ascoltato e capito. Si accorge che lo psicologo ha un interesse genuino rispetto ai contenuti che narra, non si distrae in continuazione, ricorda i fatti salienti narrati in precedenza, non risponde al telefono (o controlla i messaggi) durante la seduta.
Il paziente è libero di scegliere quali discorsi affrontare e quando farlo. Se propongo una mia direzione (io amo strutturare le sedute e prepararmi una scaletta precisa di argomenti da trattare sulla base delle sedute precedenti), il paziente può decidere se accettare la proposta o darmi una sua direzione (per questo occorre essere dotati di una certa perspicacia e creatività).
Il paziente ha spazio per esprimersi ed essere ascoltato. Non deve combattere con uno psicologo eccessivamente logorroico per prendere la parola. Né, all’opposto, deve avere l’impressione di parlare da solo a un terapeuta che sta sempre in silenzio. Gli eccessi sono sempre distonici ed errati.
Il terapeuta parla di sé solo se questo ha un senso terapeutico, ossia se quello che dice aiuta in qualche modo il paziente, fornendogli informazioni o stimoli di riflessione. Il terapeuta non indulge nel parlare di sé, dei propri fatti personali, delle proprie opinioni, dei propri successi e meriti.

Grazie ai miei pazienti, ai passeggeri dei miei treni, e grazie all’esperienza che ho fatto come paziente a mia volta, nell’interminabile percorso di analisi su me stessa, ho appreso che è molto importante prepararsi bene le sedute, studiare il caso, esaminare i dati raccolti, dedurre e indurre gli accadimenti psichici, etc.
Ho capito quanto sia importante aprire varchi nello schermo di sicurezza, potere, chance, consapevolezza, professionalità dietro il quale ci nascondiamo noi psicologi. Per loro che vengono a chiederci aiuto, è importante far capire come dietro questa “egida” ci siano persone sensibili e umanamente coinvolte, anche se ben preparate e professionali, che “manipolano” il divenire di un essere umano. Far percepire la nostra umanità, le nostre debolezze, i nostri “fallimenti” o, meglio, errori o esperienze, quello che sappiamo di non sapere, non è affatto un segno di “debolezza” o un laissez passer. Se non si sta attenti, se non si riesce a mantenere il dovuto distacco e le giuste distanze professionali, si finisce con l’autorizzare implicitamente al prendersi confidenze che ridicolizzano o ridimensionano le vesti professionali indossate. Qualunque cosa si faccia o si muova all’interno della stanza di analisi deve essere qualcosa che li mantiene dove devono stare, ovvero al centro dell’attenzione.

Blablabla


Nella mia esperienza clinica ho appreso quanto siano potenti determinati gesti che, nella loro semplicità e spontaneità, servono a “sostenere” il paziente, come il sedersi accanto a lui piuttosto che di fronte, commuoversi con lui e restare un attimo in silenzio per lasciare il giusto spazio alle emozioni, toccargli le mani, usare oggetti e peluche per indurli al riso, donare loro un biscotto della fortuna o un portafortuna (altrimenti detto, da me, scacciapensierinegativi) parlare e scherzare con loro. In un mondo dove la professionalità viene, spesso, sconsacrata, misconosciuta, ridotta ai minimi termini o alla meno peggio, e dove, dall’altro lato, invece, la scienza avanza e anche la necessità di essere più professionali e più competenti, questi piccoli gesti producono effetti auto-terapeutici importanti. Un paziente, dopo anni, mi ha detto che il suo portafortuna si è rotto, così gliene ho comprato subito un altro, una caricatura di Marley che ho chiamato Mister Marley Minnifuttu e che porta sempre con sé e nei momenti di sconforto lo stringe, lo guarda e gli dice: “Futtitinni!!! Ma un po’ di sana leggerezza, giovane, no?” oppure “Ma mi faccia il piacere, eheheheh!!!”.