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Sostegno in coppia uomo-donna

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Coppia lavoro


Recentemente, con uno stimato collega, specializzato in psicologia clinica, il quale ha ritenuto valida la mia idea di portare in Italia un metodo di approccio clinico usato in America, abbiamo provato a osservare e studiare insieme alcuni casi clinici. In fondo, due descrizioni di una medesima “realtà” sono meglio rispetto a quella di un solo osservatore. Due punti di vista, possibilità di confronto e scambio di informazioni e di analisi dei risultati, dei dati raccolti, dei dettagli rilevati e analisi di un particolare transfert e controtransfert che portano a focalizzare i modelli relazionali interiorizzati dal paziente ovvero il modo in cui percepisce e vede il padre/autorità e la madre/allevatrice/holding (contenitore).
In questo modo, il percorso offerto al paziente, più che terapico e più che di sostegno pscicologico, è “integrato”, “interdisciplinare”, oltre che, indubbiamente, secondo gli indici di gradimento raccolti e i risultati ottenuti, come lo definisco io amonotono (in luogo di “non monotono”), policromatico e polielettronico.
Iceberg psicologico


Nel corso di un colloquio analitico, per esempio, il transfert e le richieste e proiezioni controtransferali si sono intensificate e hanno fatto venire alla luce elementi di studio sorprendentemente utili e affascinanti. Interagire insieme con i soggetti ci ha permesso di elaborare, affrontare, codificare, in modo diversamente efficace i sentimenti, i fantasmi, le emozioni e le resistenze suscitate nei pazienti. Tali espressioni di sé sembra che siano facilitate e che, in presenza di un uomo e di una donna, si manifestino alcune emozioni, bisogni che sono più difficili da esprimere e “tirare fuori” o riconoscere: la rabbia nei confronti dei genitori, la necessità di essere accudito, confermato, “riparato”, “contenuto”, “protetto”, “guidato”, il bisogno di superare un particolare e assillante senso di colpa, la paura di essere annichilito, rifiutato, criticato, vilipeso e il bisogno di essere riconosciuto in quanto “uomo/donna” con la propria peculiarità e differenza rispetto al genitore o ai genitori. Così che l’individuo convinto di “non fare mai abbastanza” (l’ossessivo) si possa riappacificare con i genitori interni e rigenerare nuovi concetti di sé e delle figure significative. Immaginiamo quale risonanza possa avere per il soggetto, a livello inconsapevole, il fatto di potere rivolgersi al “genitore” con cui ha avuto sempre la sensazione di essere più capito o dal quale si è sentito meno criticato e più assecondato, ascoltato e di potere rivivere, ri-editare e palesare tale modello interno, riferendosi più all’uno che all’altro psicologo. Pensiamo a quale potere possa avere il rivivere emozioni contrarie, come il sentirsi disapprovati, disconfermati, trascurati e, conseguentemente, arrabbiati e che cosa possa significare per quel determinato paziente sperimentare un’approvazione che non ha mai avuto la possibilità di provare con il vero genitore.