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Relazione terapica fra vincolo e opportunità. L’odio e la disonestà nel transfert come veicolo di guarigione

13 - apr - 2018

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Relazione terapica fra vincolo e opportunità

L’odio e la disonestà nel transfert come veicolo di guarigione

Di Laura Valenti

Trafiletto: Nel rapporto con lo Psicologo si mettono in atto le modalità tipiche personali di rapportarsi agli altri, i meccanismi difensivi utilizzati, gli errori percettivi e come l’individuo si protegge da persone, idee o consapevolezze dolorose. Lo psicologo ha il compito, fra gli altri, di operare una trasduzione meccanoelettrica dei pensieri pressori e tossici in potenziali d’azione sani. Uno dei copioni distonici riprodotti riguarda il pagamento della parcella professionale.

 

 

Il transfert è un fenomeno peculiare della relazione analitica, perché nello psicologo curante sono trasferiti tutti i propri schemi di sentimenti, emozioni, cognizioni, etc. Grazie al rapporto che si crea con il terapeuta, a come si comunica con lui, è possibile ricostruire le esperienze infantili dimenticate, svelare il motivo per cui abbiano provocato i disturbi attuali.

Diviene essenziale stare attenti a ogni tipo di materiale che emerge: libere associazioni, sogni, lapsus, sbadataggini, sbadigli, smarrimento o maltrattamento di oggetti o persone. È tutto davanti ai nostri occhi: le distorsioni cognitive e percettive si mettono in atto spontaneamente, soprattutto, in base al controtransfert dello psicologo e, quindi, in base a quello che tende a riprodurre lui nelle sedute. Cosa o chi ricorda o attiva la figura del terapeuta? In ogni caso, il paziente tende a creare una relazione simile a quella avuta con le figure significative. Per questo, io ho ideato diversi anni fa una nuova formula di approccio al paziente: la terapia in coppia uomo-donna. Senza entrare in collisione con il collega, dunque, ma creando, anzi, confronto e scambio, ho studiato dei casi in sinergia con lui. Il risultato l’ho riportato in una mia pubblicazione, presto disponibile al pubblico.

In tale campo energetico, dunque, si individuano le modalità tipiche personali di rapportarsi agli altri, i meccanismi difensivi utilizzati, gli errori percettivi e come insomma l’individuo si protegge da persone, idee o consapevolezze dolorose. Lo psicologo ha il compito, fra gli altri, di operare una trasduzione meccanoelettrica dei pensieri pressori e tossici in potenziali d’azione sani, attivi e fattivi.

Uno dei momenti più critici del rapporto analitico e dei motivi più allertanti di divergenza fra le parti è il saldo della parcella professionale. Un momento difficile per la maggior parte dei liberi professionisti.

Lavoriamo tanto, prima, durante e dopo le sedute, elargendo tempo a go go nel rapporto diretto nonché per lo studio del caso. Non tutti lo fanno, ma organizzare e strutturare il lavoro lo rende professionale oltre che scientifico. In un lavoro di questo tipo, è molto difficile non ottenere risultati. Molti non registrano le sedute, non prendono appunti e non riflettono su quanto emerge per iscritto dopo che il paziente è andato via. Il tempo va retribuito anche in questo caso. Vi è, però, una sostanziale differenza qualitativa e quantitativa con chi, Come Me, impiega molto tempo per ciascun paziente, adeguando il tipo di studi alla complessità peculiare del caso, acquistando test (alcuni si comprano di volta in volta), dedicando ore all’analisi dei risultati tutti. È davvero frustrante “ospitare” (con tutto ciò che significa questo verbo) un paziente che non ha ricevuto una buona e corretta educazione e disciplina che gli impedisca di andarsene senza pagare quanto gli è richiesto e senza profferire inutili discussioni in tal senso. Nessuno obbliga a ritornare, a meno che non si firmino contratti vincolanti, ma il professionista va compensato, il lavoro va pagato, anche quello propedeutico e programmato (vedi codice deontologico). Non fosse altro che per chiarire allo Psicologo il motivo della resa. L’avversione al trattamento o al pagamento della parcella può significare tante cose. Si possono trasferire nello psicologo gli stessi sentimenti di avversità, perplessità, diffidenza, malessere, disonestà, persino la tendenza a pensare che tutto sia dovuto e a volersi far viziare, proprio come si faceva da bambini con i familiari. Se non si è in grado di gestire e affrontare il conflitto col curante in maniera sana e ri-evolutiva, non vuol dire necessariamente che il problema è che non è abbastanza bravo. Può significare che si è troppo strutturati, inconsapevoli e arroganti, tanto da non voler sentire/ascoltare le parole dell’esperto, convincendosi che sia una fesseria questa cosa del transfert oppure che non c’è compliance, alchimia, sintonia.

Sono proprio dei sentimenti feriti quelli che, spesso, conducono il soggetto a chiedere un supporto e rappresentano ciò che il paziente ha bisogno di cambiare o trasdurre per stare bene. Ecco perché, essendo un momento determinante, è essenziale aspettare, parlare apertamente. Non bisogna abbandonare prematuramente il percorso iniziato, ma affrontare il transfert assieme allo psicoterapeuta in modo da trarne beneficio e… pagare la parcella!

La medicina non è una scienza esatta, ci sono troppe variabili in gioco ed è essenziale la disciplina e l’apertura mentale del paziente, ma non è neppure volontariato.

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