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All’interno dei cliché sono tutte brave persone, gente perbene

Un ennesimo esorto a rivedere le norme di rettitudine, onestà e bonton

Liberi Nobili n. 8 Di Laura Valenti

Viviamo cristallizzati in cliché di cui si abusa a tal punto da perdere di vista la sostanza, fossilizzandoci nell’apparenza. Nel linguaggio comune, termini che hanno significati e significanti complessi vengono deflorati e utilizzati in maniera impropria. Oggi, voglio indurvi a riflettere su chi, in genere, viene definito “brava persona”. Con questo non si vuole escludere che la stessa persona che non ha avuto un comportamento corretto, non sia in grado di compiere “buone” azioni. Anche se, il più delle volte, queste elargizioni di bontà e umanità sono rivolte a determinate persone e, quindi, nascondono interessi, opportunismo, egotismo, vanità istrionica, volta a suscitare plateali plausi ed emozioni. Si tende a ridurre al minimo i livelli diversi di importanza delle questioni, in altre parole, a preoccuparsi maggiormente per quisquilie relegando in un cantuccio quelli che sono gli aspetti essenziali. Se cerchiamo il lemma “bravo” su un dizionario, troveremo che si tratta di una persona “abile”. Capacità certamente inerenti al proprio modo di essere nel mondo, a come ci si rapporta, alla qualità delle relazioni interpersonali e, quindi, strettamente legate all’intelligenza sociale. Come secondo significato, troviamo l’aggettivo “cortese”, per cui una brava persona dovrebbe, in teoria, conoscere le regole di buon comportamento, in modo da risultare sempre agréable nei modi. Un altro appellativo associato è legato all’essere “onesto”. Un concetto misconosciuto e trascurato nel micro, quanto nel macro. Tutte brave persone, bravi merli, bravi imbecilli, bravi farabutti! La signora che sciorina la tovaglia dal terrazzo, appende panni gocciolanti, getta mozziconi di sigaretta e spazzatura, noncurante dei danni arrecati ai condòmini dei piani sottostanti, viene etichettata come “brava persona”. Per legge, si può chiedere il risarcimento e può scattare l’aggravante (Cass. sent. n. 44458/2015). Purtroppo, però, la legge è soggetta all’interpretazione, all’umore e al carattere di giudici, avvocati e delinquenti. Il discorso economico e le tempistiche, inoltre, disarmano tutti. I nostri avvocati, poi, sono soggetti al burnout conseguente al dover indossare vestiti troppo stretti che spengono la sete di giustizia iniziale. Sempre parlando di Condomini, gente “perbene” è considerata quella che utilizza il pianerottolo come uno spazio personale, senza alcun rispetto per il dirimpettaio che può non gradire il gusto dei quadretti scelti, l’invadenza eccessiva di una parte, al contrario, “comune e condivisa”. Anche qui, sentenze vinte (art. 1102-1117 del cod. civ.) e altre perse o neanche intraprese. Questa non è che una comprova del fatto che il sistema giuridico non disciplina, come dovrebbe, le pecore, non alleva ed educa i giovani a una corretta moralità, non impone il giusto “timore”. La legge, la giustizia, la correttezza dovrebbero essere un common sense, ma la società è fatta di narcisisti misantropi e scaltri. Le regole (non solo del diritto) sono: vivere onestamente, non danneggiare gli altri, attribuire a ciascuno il suo, secondo il merito (Ulpiano 170d.C.). “Etimologhiamo” in merito alla parola “perbene”, utilizzato come sinonimo o nello stesso (mendoso) modo in cui si abusa della definizione di “brava persona”. Il significato letterale, anche in questo caso, è bypassato dal costume individuale, dal valore che si dà all’apparenza e dal seguire degli schemi convenzionali e assolutamente retroattivi acquisiti. Così “perbene” o “perbravo” non diventa chi osserva scrupolosamente ed è conforme alle norme e alle differenti sfumature denotative di quella determinata parola o enunciato, così come da definizione letterale, ma piuttosto chi, anche se non osserva i principi a essa sottesi, aderisce in maniera omogenea agli standard e ai deficit comuni. Il professionista che si tiene il paziente per otto anni, senza raggiungere risultati, senza studiare il caso, senza impiegare tempo oltre un’ora contata di seduta, non emette una diagnosi appropriata, non fattura e, quindi, si prende la sua foutue parcella, senza oneri fiscali… ha il merito di aver conquistato il paziente che “voleva cambiare tutto senza cambiare nulla”. I costi che si sostengono per sposarsi sono, ormai, una consuetudine. È ritenuto scorretto il comportamento dei commercianti per un evento di così tale importanza per i protagonisti, ma è anche espressione dell’usanza comune del pensare che una persona più costa e se la tira e più ha valore perbenistico. Dannosa ignoranza.

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