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Essere genitori oggi

La promessa di rispettarsi nel bene e nel male

 

 

Miei Liberi Nobili, oggi passerete per i meandri di un’altra area di pensiero, dove relitti alluvionali si sedimentano sulla superficie, incidendo ancora una volta la   sulle vostre membrature adagiate su comodi schienali….

Per nove mesi le donne portano in grembo il bambino, dapprima feto -quasi, “invisibile” per quanto minuscolo-, che cresce e si forma protetto dalla placenta e dalle pareti uterine. La natura ha predisposto il corpo femminile ad accogliere il seme della vita, perché il bambino ha bisogno, dal momento del concepimento fino al parto, di armonia e di pace.

Ciò che deve essere considerato è che sono i primi momenti di vita, i primi giorni, i primi mesi che segnano la mente umana e da cui dipende l’ottimale sviluppo psico-fisico successivo. Ciò che i sensi del bambino, ancora “inconsapevole”, “tabula rasa”, capta attorno a sé, attraverso, e sottolineo attraverso, la pelle e i propriocettori, influisce e infierisce per sempre sulla sua soggettività.

Il processo di individuazione è un processo in fieri che inizia al momento dell’incontro tra l’ovulo e lo spermatozoo. Viene da sé quanto sia importante che la gravidanza sia vissuta con serenità, gioia, avendo cura di creare e mantenere tutte le condizioni (la salute, l’alimentazione, il movimento, l’unione di coppia, i suoni, gli odori, le voci, il contesto socio-culturale-economico, in generale…) che favoriscano tali emozioni in entrambi i protagonisti (mamma e bambino), nulla togliendo al padre, il cui ruolo non vuole essere ridotto sottolineando l’inevitabile unicità del rapporto tra madre e bambino.

Uno dei bisogni che un bambino ha è che la madre sia “predisposta” ad accoglierlo e non solo che lo accolga. Certamente, il bambino cambia l’atteggiamento psicologico di una donna, cambia la misura e il peso dato alle cose fino a quel momento. Ogni nuova scoperta rappresenta per chiunque il tassello di una costruzione, un passo in avanti nella crescita personale, ma questo è un frattale che, all’interno di un disegno complesso nella sua semplicità, dà la vita a due nuove identità in una, ma, soprattutto, a una nuova identità per la donna.

 

Questa identità di donna-madre è il risultato di processi psichici complessi, dei quali quello di responsabilizzazione, i processi riflessivi e di rappresentazione interna del bambino ne sono solo una parte, che si concluderanno, per certi versi, con la formazione di un legame di bonding (parentela), nella fase di allattamento, nella fase, cioè, in cui il bambino viene nutrito con la voce, il calore, l’odore, il sentimento di amore materno.

Il modo in cui la gravidanza viene vissuta è condizionata da una molteplicità di fattori, di ordine genetico, costituzionale, ambientale, sociale, psicologico, biologico. Determinante è lo stato psicologico della donna, il cui benessere è alimentato o direttamente proporzionale all’amore che la circonda, soprattutto, chiaramente, dal rapporto affettivo che la lega al padre del bambino. Parlo in questi termini, perché credo sia opportuno adeguarci alla mentalità odierna, che vede l’uomo e la donna come due entità che possono amarsi anche senza restare “coppia”. Si può e si deve coltivare, innanzitutto, l’amicizia con l’essere che ci “se-duce”.

Il bambino ha bisogno che papà e mamma si vogliano bene, si trattino con ogni cura e rispetto, si riuniscano a tavola nei giorni di festa, si sentano e si aiutino, si sostengano e si collaborino, pur vivendo in case diverse, pur non essendo una coppia. Quando davanti all’altare si promette l’amore nel bene e nel male, nella salute e nella malattia, la promessa che si fa non si scioglie con l’annullamento del matrimonio, soprattutto se il frutto di tale amore, presunto o reale, è un bambino.

 

 

 

 

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